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Facebook: diffamazione in danno della ex convivente – Cass. pen. 40083/18

Ha ingiuriato, minacciato e diffamato la ex convivente e madre della figlia.

Rimasta in piedi solo la condanna per diffamazione (l’ingiuria è stata depenalizzata e la minaccia era già oggetto di altra sentenza), l’imputato ha proposto ricorso per cassazione.

In particolare l’uomo era accusato di aver diffamato, tramite comunicazione con più persone su facebook, la ex. La condotta censurata si inseriva in un contesto più complesso di atti di minaccia, molestie e maltrattamenti nei confronti della persona offesa, sua ex convivente. Le condotte “di contorno” determinavano altresì la condanna per maltrattamenti in famiglia.

Quanto alla condotta di diffamazione, la Corte di cassazione chiarisce che il reato è configurabile anche tramite la diffusione di un messaggio tramite bacheca facebook. Non solo. La diffusione di un messaggio diffamatorio tramite facebook integra un’ipotesi di diffamazione aggravata perché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque apprezzabile di persone.

La Corte ha altresì chiarito che non vi è dubbio che la funzione principale della pubblicazione di un messaggio in una bacheca o anche in un profilo facebook sia la “condivisione” di esso con gruppi più o meno ampi di persone, le quali hanno accesso a detto profilo, che altrimenti non avrebbe ragione di definirsi social. Ne consegue che il mezzo utilizzato per la diffusione delle frasi diffamatorie è senza dubbio idoneo, e concretamente ha dimostrato di esserlo, a veicolarle nei riguardi di più persone.

 

Annalisa Gasparre, abilitata alla professione forense e dottoranda in Giustizia penale

 

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 3 maggio – 6 settembre 2018, n. 40083
Presidente Vessichelli – Relatore Brancaccio

Ritenuto in fatto

  1. Con il provvedimento impugnato, il Tribunale di Cagliari ha parzialmente riformato la sentenza del giudice di pace di pace di Cagliari, emessa in data 28 luglio 2015, con cui si era ritenuto colpevole l’imputato Sp. An. dei reati di ingiuria, minaccia e diffamazione ai danni di Si. Me., sua ex convivente e madre di sua figlia. Il Tribunale assolveva l’imputato dal reato di ingiuria perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato; dichiarava non doversi procedere nei suoi confronti quanto al reato di minaccia perché già giudicato con sentenza n. 1238/2014 del GIP del Tribunale di Cagliari; rideterminava la pena in relazione al residuo reato di diffamazione compiuta tramite facebook contestato al capo B, quantificandola in 150.00 Euro di multa, riducendo, altresì, ad Euro 300.00 la condanna a titolo di risarcimento danni alla parte civile, condannandolo, infine, alle spese del giudizio.
  2. Avverso la sentenza d’appello propone ricorso per cassazione l’imputato tramite il proprio difensore avv. Ge. Te., formulando due motivi di ricorso.

2.1. Con il primo motivo si deduce violazione di legge, con riferimento agli artt. 521 e 522 cod. proc. pen., per mancanza di correlazione tra accusa e sentenza.

La contestazione riguarderebbe una diffamazione tramite comunicazione con più persone su facebook (in particolare con Cl. Or. e An. Sp.), mentre la motivazione della sentenza e la relativa condanna si riferiscono alla pubblicazione delle frasi diffamatorie sulla bacheca facebook denominata “(omissis)”.

Il fatto nuovo per il quale è intervenuta condanna ha determinato in concreto una lesione dei diritti della difesa secondo l’interpretazione da ultimo fornita dalle Sezioni Unite nel 2015 e del diritto ad un equo processo secondo i principi CEDU.

2.2. Con il secondo motivo si deduce violazione degli artt. 125, comma 3, e 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen., per carenza e contraddittorietà della motivazione nonché travisamento della prova, in quanto manca qualsiasi cenno motivazionale, nonostante la specifica richiesta in appello, circa il fatto che vi sarebbe discrasia tra la contestazione mossa – inidonea di per sé ad integrare il reato poiché non descrittiva di una diffusione a più persone della notizia diffamatoria, ma solo alla sig. Or. ed allo stesso Sp. – e la motivazione, invece, basata su un fatto diverso e diffusivo, quale è la pubblicazione in bacheca “on line” sul social network facebook, con possibile condivisione da parte di un numero imprecisato di “amici”; inoltre, apodittico è tale ultimo riferimento, non essendo stato provato che il profilo “(omissis)” non fosse chiuso e, pertanto, visibile solo alla Sig.ra Or. e non essendo stata provata anche la stessa esistenza di quest’ultima.

Considerato in diritto

  1. Il ricorso è chiaramente infondato, ai limiti dell’inammissibilità, e deve, pertanto, essere rigettato.
    2. La condotta del ricorrente si inserisce in un contesto più complesso di atti di minaccia, molestie e maltrattamenti nei confronti della persona offesa, sua ex convivente, che hanno portato alla sua condanna per il reato di cui all’art. 572 cod. pen. nel procedimento penale n. 8870 del 2011, reato in cui il Tribunale di Cagliari ha considerato ricompreso quello di minaccia contestato al capo b), dichiarando non doversi procedere per ne bis in idem.

La sentenza impugnata dà atto della provata riferibilità al ricorrente della condotta diffamatoria con motivazione logica ed esauriente.

Si dà contezza, altresì, anche con richiami giurisprudenziali pertinenti, della possibilità di configurare la diffamazione nel caso di diffusione di un messaggio tramite bacheca facebook.

Costituisce motivo di ricorso, tuttavia, la mancata correlazione tra accusa e sentenza, sia sotto forma di violazione di legge, sia sotto forma di vizio della motivazione: non vi sarebbe coincidenza tra la condotta descritta nel capo di imputazione di “comunicazione con più persone su facebook” e la condotta di “pubblicazione mediante l’inserimento in una bacheca facebook”, né alcuna effettiva ragione al riguardo sarebbe stata addotta dalla Corte di merito nel provvedimento impugnato.
Sul tema deve rammentarsi in proposito l’insegnamento di Sez. U, n. 36551 del 15/7/2010, Carelli, Rv. 248051 secondo cui, per aversi mutamento del fatto – rilevante ai fini della violazione degli artt. 521 e 522 cod. proc. pen. – occorre una trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta nella quale si riassume l’ipotesi astratta prevista dalla legge, in modo che si configuri un’incertezza sull’oggetto dell’imputazione da cui scaturisca un reale pregiudizio dei diritti della difesa; ne consegue che l’indagine volta ad accertare la violazione del principio suddetto non va esaurita nel pedissequo e mero confronto puramente letterale fra contestazione e sentenza perché, vertendosi in materia di garanzie e di difesa, la violazione è del tutto insussistente quando l’imputato, attraverso l'”iter” del processo, sia venuto a trovarsi nella condizione concreta di difendersi in ordine all’oggetto dell’imputazione.

Nella scia di tale autorevole arresto, la giurisprudenza di legittimità successiva ha ulteriormente delineato l’ambito di operatività del difetto di correlazione tra accusa e sentenza, che rileva solo allorché si verifichi una trasformazione o sostituzione delle condizioni che rappresentano gli elementi costitutivi dell’addebito e non già quando il mutamento riguardi profili marginali, non essenziali per l’integrazione del reato e sui quali l’imputato abbia avuto modo di difendersi nel corso del processo (Sez. 2, n. 17565 del 15/3/2017, Beretti, Rv. 269569; Sez. 6, n. 6346 del 9/11/2012, dep. 2013, Domizi, Rv. 254888), escludendo detta trasformazione o sostituzione quando la contestazione ricomprenda in sé necessariamente, a livello fattuale, la condotta poi accertata in sentenza (Sez. 2, n. 34147 del 30/4/2015, Agostino, Rv. 264631, in tema di partecipazione ad associazione mafiosa in posizione verticistica o di mero associato; cfr. anche Sez. 5, n. 33878 del 3/5/2017, Vadacca, Rv. 271607, in tema di reati di bancarotta) ovvero quando le condotte coincidano quanto al nucleo essenziale dell’antigiuridicità (Sez. 3, n. 31849 del 16/4/2014, Bruzzese, Rv. 260331). Sicché la violazione del principio di correlazione tra l’accusa e l’accertamento contenuto in sentenza si verifica solo quando il fatto accertato si trovi, rispetto a quello contestato, in rapporto di eterogeneità o di incompatibilità sostanziale tale da recare un reale pregiudizio dei diritti della difesa (Sez. 4, n. 4497 del 16/12/2015, dep. 2016, Addio, Rv. 265946).

Ebbene, nel caso di specie non si rileva alcuna reale discrasia, dal punto di vista anzitutto del significato fattuale, tra le due condotte che invece si ritengono dalla difesa non coincidenti. L’imputazione si riferisce ad una comunicazione (dei contenuti diffamatori contestati) con più persone, sul social network denominato facebook, che non esclude affatto l’utilizzo di una “bacheca” per tale diffusione (e cioè di un “luogo virtuale”, collegato al profilo social dell’utente, all’interno del quale è possibile inserire post, immagini, filmati, link che vengono visualizzati da tutti coloro che hanno accesso a detto profilo).

Anzi, nella indicazione lessicale utilizzata dalla contestazione, certamente dalla valenza generalizzante, deve ricomprendersi senza dubbio qualsiasi condotta di diffusione di contenuti diffamatori tramite facebook, sia con bacheca che con altra modalità, sicché non può dirsi che il ricorrente non fosse stato in grado di conoscere sin dall’inizio il nucleo essenziale della contestazione per potersi da questa difendere: la pubblicazione di contenuti su una “bacheca” facebook, infatti, costituisce una forma di comunicazione con più persone utilizzando tale social network e, quindi, corrisponde perfettamente alla contestazione.

Il fatto – pure contestato dal ricorrente – che non si sia indicato nel capo di imputazione il nome della bacheca su cui sono state pubblicate le frasi diffamatorie è irrilevante e non determinante: tali dettagli, infatti, sono emersi nel corso dell’istruttoria dibattimentale e, pertanto, erano ben noti all’imputato che in relazione ad essi ha esercitato i propri diritti difensivi.
In proposito, è stato condivisibilmente affermato il principio, che il Collegio intende ribadire, secondo cui, ai fini della valutazione di corrispondenza tra pronuncia e contestazione di cui all’art. 521 cod. proc. pen., deve tenersi conto non solo del fatto descritto in imputazione, ma anche di tutte le ulteriori risultanze probatorie portate a conoscenza dell’imputato e che hanno formato oggetto di sostanziale contestazione, sicché questi abbia avuto modo di esercitare le sue difese sul materiale probatorio posto a fondamento della decisione (ex multis, Sez. 6, n. 47527 del 13/11/2013, Di Guglielmi, Rv. 257278; Sez. 6, n. 5890 del 22/1/2013, Lucera, Rv. 254419; Sez. 3, n. 15655 del 27/2/2008, Fontanesi, Rv. 239866).

Nel caso di specie, non è dubbio che nel corso del processo il ricorrente abbia avuto modo di conoscere le caratteristiche specifiche della condotta diffamatoria che gli veniva contestata (la effettiva modalità di diffusione e condivisione delle espressioni diffamatorie, il nome della bacheca, i tempi specifici della sua realizzazione), sicché può affermarsi che non si è verificata alcuna violazione o pregiudizio dei diritti di difesa dell’imputato (Sez. 3, n. 36817 del 14/6/2011, T.D.M., Rv. 251081; Sez. 2, n. 34969 del 10/5/2013, Caterino, Rv. 257782) che è stato sempre in grado di interloquire sul fatto concreto così come si manifestava nel processo.
Inconferente risulta, infine, la ragione difensiva collegata alla violazione dei principi CEDU in tema di fair trial (art. 6 CEDU) e di mutamento della qualificazione giuridica dei fatti, citando la pronuncia Sez. U, n. 31617 del 26/6/2015, Lucci, Rv. 264438.

Nel caso di specie, non si è dinanzi ad una divaricazione tra fattispecie di reato contestata e titolo delittuoso per il quale si è stati condannati, bensì ad una mera e – come si è visto – infondata non corrispondenza tra “il fatto” materialmente individuato dalla imputazione e quello per il quale in concreto è intervenuta condanna.

Dunque, non viene in gioco il mutamento del piano della qualificazione giuridica dei fatti, che rimane circoscritto al reato di diffamazione, ma (solo) la presunta distanza tra contestazione formalizzata e contestazione effettivamente accertata dalla sentenza impugnata, in relazione alla quale si è già offerta la ricostruzione della più corretta linea interpretativa che porta alla irrilevanza della questione così come posta.

Da ultimo, quanto al rilievo della mancata prova della esistenza effettiva di Or. Cl. deve sottolinearsi come non appare questo un punto determinante per la configurabilità del reato di diffamazione.
La costante giurisprudenza di legittimità, infatti, afferma senza dubbio, proprio con riferimento ai messaggi ed ai contenuti diffusi tramite facebook, che la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone (Sez. 1, n. 24431 del 28/4/2015, Rv. 264007; Sez. 5, n. 4873 del 14/11/2016, dep. 2017, Manduca, Rv. 269090), né l’eventualità che fra i fruitori del messaggio vi sia anche la persona a cui si rivolgono le espressioni offensive, non consente di mutare il titolo del reato nella diversa ipotesi di ingiuria (Sez. 5, n. 44980 del 16/10/2012, Nastro, Rv. 254044).

Più in generale, con ragionamento esportabile nel caso di specie, è stato poi affermato che deve presumersi la sussistenza del requisito della comunicazione con più persone qualora l’espressione offensiva sia inserita in un supporto (nella specie, un registro) per sua natura destinato ad essere normalmente visionato da più persone (Sez. 5, n. 3963 del 6/7/2015, dep. 2016, Fabiani, Rv. 265815). Ebbene, non vi è dubbio che la funzione principale della pubblicazione di un messaggio in una bacheca o anche in un profilo facebook sia la “condivisione” di esso con gruppi più o meno ampi di persone, le quali hanno accesso a detto profilo, che altrimenti non avrebbe ragione di definirsi social.

Non vi è dubbio, pertanto, che anche questo ultimo profilo di doglianza sia infondato, poiché il mezzo utilizzato per la diffusione delle frasi diffamatorie è senza dubbio idoneo, e concretamente ha dimostrato di esserlo, a veicolarlo nei riguardi di più persone.

  1. Q. M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Il cambiamento di religione di uno dei coniugi è causa della separazione?

La Corte di cassazione (sez. VI civile, ord. 14728/16) ha affermato che l’abbandono della fede cattolica da parte del marito in favore di altra confessione religiosa non è catalogabile come fattore decisivo per la crisi coniugale, tale da legittimare l’addebito e l’affidamento esclusivo dei figli minori in favore della moglie.

Per i giudici «il mutamento di fede religiosa da parte di uno dei coniugi e la conseguente partecipazione alle pratiche collettive del nuovo culto», pur avendo «incidenza sull’armonia della coppia», non può automaticamente «giustificare la pronuncia di addebito della separazione» salvo che l’adesione al nuovo credo religioso si traduca in comportamenti incompatibili con i doveri di coniuge e di genitore.

Quanto ai figli i giudici hanno sottolineato che nonostante le diverse convinzioni religiose, entrambi i genitori «paiono effettivamente legati ai figli e capaci di accudirli nella quotidianità». Nondimeno, vanno prese precauzioni finalizzate ad assicurare «la continuità nelle abitudini e negli impegni dei figli, provvedendovi direttamente o, qualora a ciò ostino le sue convinzioni religiose, facendo ricorso alla collaborazione della madre o dei nonni». In primo luogo, infatti, occorre evitare che lo sviluppo della personalità dei minori (di 10 e 13 anni) possa subire pregiudizi dall’improvviso contatto con «le nuove convinzioni religiose del padre, così diverse da quelle finora professate nell’ambito familiare».

Annalisa Gasparre – Cultore di Elementi di diritto della famiglia e dei minori, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Maltrattamenti di minori

Ha picchiato il bambino irrequieto con il battipanni e un mattarello, per questo è stata condannata per abuso di mezzi di correzione la donna che ha colpito ripetutamente sulla schiena, alle gambe e al capo il minore affidatole dal Tribunale per i minorenni.

La Corte di cassazione (sentenza n. 2669/17) confermano la condanna inflitta alla donna che sottolineano che il battipanni va considerato un’arma, cioè un oggetto atto a offendere e non suscettibile di essere portato in luogo pubblico o aperto al pubblico senza giustificato motivo.

Annalisa Gasparre – Cultore di Elementi di diritto della famiglia e dei minori, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

 

Condannabile il ricorso al battipanni per punire il bambino

Sanzionata la condotta tenuta da una donna nei confronti del minore affidato a lei e al marito dal Tribunale. Evidente l’abuso compiuto sul ragazzino, colpito ripetutamente sulla schiena, alle gambe e al capo.

(Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza n. 2669/17; depositata il 19 gennaio)

Stop ai genitori vecchio stampo. Illecito e punibile il ricorso al battipanni per punire il bambino irrequieto. A testimoniarlo la condanna nei confronti di una donna, punita con un mese di reclusione, poi sostituito con due mesi di libertà controllata (Corte di Cassazione, sentenza n. 2669, sez. VI Penale, depositata oggi).

Lesioni. L’accusa, ritenuta fondata prima in Tribunale e poi in Corte d’appello, è di «abuso dei mezzi di correzione». In sostanza, alla donna viene contestato di avere utilizzato un battipanni e un mattarello per colpire un ragazzino affidato a lei e al marito dal Tribunale per i minorenni.
Per i giudici è inequivocabile il fatto che ella abbia provocato al minore «un politraumatismo guaribile in cinque giorni», come certificato dai medici.
E questa considerazione è fatta propria anche dai magistrati della Cassazione, che confermano la condanna decisa in secondo grado.
Impossibile mettere in discussione l’accusa di abuso dei mezzi di correzione, anche, anzi soprattutto, perché è emerso che la donna «ha percosso il bambino, colpendolo ripetutamente con un battipanni sulla schiena, le gambe e il capo, cagionandogli ecchimosi». E su questo fronte i magistrati tengono anche a sottolineare che il battipanni va considerato alla stregua di un arma, cioè di un «oggetto atto certamente ad offendere e non suscettibile di essere portato in luogo pubblico o aperto al pubblico senza giustificato motivo».
Impossibile, però, allo stesso tempo, ipotizzare il reato di «maltrattamenti in famiglia», vista e considerata «l’episodicità della condotta» tenuta dalla donna, che ha evitato perciò una pena più severa.

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 7 dicembre 2016 – 19 gennaio 2017, n. 2669 – Presidente Carcano – Relatore Corbo

Ritenuto in fatto

  1. Con sentenza emessa in data 1 giugno 2016, la Corte di appello di Torino ha confermato la sentenza pronunciata dal Tribunale di Cuneo che aveva condannato R. S. per il reato di cui all’art. 571, primo e secondo comma, cod. pen., commesso dal 2000 e sino al 2 luglio 2009, per aver ripetutamente abusato dei mezzi di correzione in danno del minore N. P., affidato a lei e a F. G. dal Tribunale per i minorenni, anche utilizzando un battipanni ed un mattarello e procurando alla vittima un politraumatismo guaribile in 5 giorni, e gli aveva irrogato la pena di un mese di reclusione, sostituita con quella di due mesi di libertà controllata, previa concessione delle circostanze attenuanti generiche equivalenti alla contestata aggravante.
  2. Ha presentato ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte di appello indicata in epigrafe l’avvocato A. F., quale difensore di fiducia della S., articolando un unico motivo, con il quale si lamenta violazione di legge, in riferimento all’art. 571 cod. pen., a norma dell’art. 606, comma 1, lett. b), cod. proc. pen, avendo riguardo alla configurabilità del reato di abuso di mezzi di correzione.
    Si deduce che la violenza non può mai ritenersi, secondo l’orientamento prevalente in giurisprudenza, un mezzo lecito di correzione; di conseguenza, posto che “in tanto si può parlare di abuso di mezzi in quanto ne sia lecito l’uso, l’eccesso di mezzi di correzione violenti è estraneo alla fattispecie di cui all’art. 571 cod. pen. Quale ulteriore corollario, le lesioni guaribili in cinque giorni cagionate con l’uso di un mattarello, come nella specie, sarebbero riconducibili alla fattispecie delle lesioni lievi, perseguibili a querela, non presentata, però, nel presente procedimento.
    3. Con comunicazione trasmessa in data 21 ottobre 2016, il difensore della parte civile ha rappresentato di aver ricevuto la notificazione del decreto di fissazione di udienza per la trattazione del ricorso per cassazione presentato dalla S., ma di non aver ricevuto la notificazione del ricorso medesimo.

Considerato in diritto

  1. Le censure formulate nel ricorso sono infondate, per le ragioni di seguito precisate.
  2. Preliminarmente, occorre osservare che l’istanza di rinvio della difesa della parte civile è manifestamente infondata.

Costituisce principio giurisprudenziale consolidato, che il Collegio condivide, quello secondo cui l’omessa notificazione alle parti private dell’atto d’impugnazione non determina né l’inammissibilità del gravame, né la nullità del successivo grado di giudizio, derivando da essa soltanto la mancata decorrenza del termine per l’impugnazione incidentale della parte privata, ove consentita (così Sez. 5, n. 5525 del 25/11/2008, dep. 2009, D. A., Rv. 245157, ma anche nello stesso senso per applicazioni specifiche, tra le altre, Sez. 3, n. 15752 del 18/02/2016, B., Rv. 266834, nonché Sez. 2, n. 47412 del 05/11/2013, A., Rv. 257482).

Inoltre, nel giudizio di cassazione, non essendo previsto dalla legge il ricorso “incidentale” (v., per questa osservazione, da ultimo, Sez. 6, n. 20134 del 14/04/2015, V., Rv. 263397), l’unica facoltà che la parte non impugnante può esercitare anteriormente all’udienza è quella della presentazione di memorie. Ora, da un lato, le memorie possono essere depositate fino a quindici giorni prima della data fissata per la trattazione del giudizio, in applicazione della disposizione di cui all’art. 611, comma 1, cod. proc. pen.; dall’altro, della presentazione dei ricorsi per cassazione le altre parti sono informate almeno trenta giorni prima dell’udienza, mediante la notifica dell’avviso di fissazione di quest’ultima. Di conseguenza, le parti controinteressate, pur non avendo ricevuto rituale notifica del ricorso per cassazione, dispongono di un congruo lasso di tempo per la redazione di eventuali memorie, pari ad almeno quindici giorni (nel caso di specie, la parte civile ha potuto fruire di oltre trenta giorni).

Deve, pertanto, concludersi che nessuna menomazione delle facoltà difensive della parte civile deriva dalla omessa notificazione del ricorso per cassazione dell’imputato, e che, quindi, non vi è alcuna ragione per accogliere l’istanza di rinvio.

  1. Le doglianze della ricorrente, che lamentano la mancata riqualificazione del fatto in termini di lesioni personali lievi, invece che di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina, sono prive di fondamento.
    3.1. La difesa pone a base delle sue argomentazioni la premessa secondo cui la violenza non può mai costituire mezzo di correzione, sicché l’uso della stessa non integra in alcun caso un abuso di mezzi di correzione.

Deve tuttavia osservarsi che l’orientamento giurisprudenziale consolidato esclude che il reato di cui all’art. 571 cod. pen. sia configurabile in caso di eccesso di mezzi di correzione violenti (così Sez. 6, n. 4904 del 18/03/1996, C., Rv. 205033) o di uso sistematico della violenza (cfr., tra le tante, Sez. 6, n. 53425 del 22/10/2014, B., Rv. 262336, nonché Sez. 6, n. 36564 del 10/05/2012, C, Rv. 253463), ma non in qualunque ipotesi di ricorso a forme di violenza fisica (cfr. Sez. 6, n. 9954 del 03/02/2016, M., Rv. 266434, che ha ritenuto integrato il reato di abuso di mezzi di correzione in riferimento a fattispecie caratterizzata anche dall’uso di schiaffi da parte di un’insegnante).
Inoltre, la compatibilità dell’esercizio di una forma episodica di violenza fisica con il delitto di abuso dei mezzi di correzione è coerente con la previsione del secondo comma dell’art. 571 cod. pen., che contempla un’aggravante del reato in questione se dallo stesso deriva una lesione personale o, addirittura, la morte: queste conseguenze, soprattutto la più estrema, assai difficilmente appaiono determinabili dall’uso di mezzi di correzione non violenti; la pratica impossibilità di ipotizzare tali fattispecie, però, renderebbe priva di significato la previsione normativa, in contrasto con l’elementare principio ermeneutico secondo cui ad ogni disposizione normativa deve assicurarsi un significato di qualche utilità applicativa.

3.2. Nella vicenda in esame, la sentenza impugnata rappresenta che, “almeno in una occasione l’imputata (…) ha percosso il bambino, colpendolo ripetutamente con un battipanni sulla schiena, le gambe e il capo, cagionandogli ecchimosi costituenti lesioni personali lievi, qualificate dal personale medico del Pronto soccorso come “politraumatismo da maltrattamento”“, e giudicate guaribili in cinque giorni.

Tale situazione fattuale, definita “incontroversa” dalla Corte di appello, non è stata concretamente posta in discussione dalla difesa nel ricorso per cassazione.

3.3. Corretta, allora, deve ritenersi la qualificazione giuridica del fatto in termini di abuso dei mezzi di correzione.

L’episodicità della condotta esclude la configurabilità del più grave reato di maltrattamenti in famiglia. La finalità di esercitare lo ius corrigendi implica la sussunzione del comportamento nella fattispecie di cui all’art. 571, primo e secondo comma, cod. pen., invece che in quella di cui all’art. 582 cod. pen.

Incidentalmente, si osserva che, se pure si accogliesse la richiesta di riqualificazione del reato avanzata dalla difesa, il fatto sarebbe comunque perseguibile di ufficio, perché si tratterebbe di lesioni cagionate con l’uso di armi. Invero, a norma dell’art. 585, secondo comma, n. 2, cod. pen., in forza del quale “agli effetti della legge penale, per “armi” s’intendono: (…) 2) tutti gli strumenti atti ad offendere dei quali è dalla legge vietato il porto in modo assoluto ovvero senza giustificato motivo”. Nella specie, come risulta contestato nel capo di imputazione ed accertato nelle sentenze di merito, l’imputata aveva cagionato le lesioni facendo uso del battipanni, oggetto certamente atto ad offendere e non suscettibile di essere portato in luogo pubblico o aperto al pubblico senza giustificato motivo, a norma dell’art. 4, secondo comma, della legge 18 aprile 1975, n. 110.
4. All’infondatezza delle censure dedotte segue il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Separazione con addebito: moglie malata e abbandonata dal marito che viene condannato

Una donna, gravemente malata, è stata abbandonata dal marito. Successivamente alla sua morte, i giudici hanno condannato il coniuge a versare 37 mila euro di risarcimento alla famiglia della moglie. La moglie aveva presentato una richiesta di separazione con addebito a carico del marito colpevole di averla abbandonata in un momento difficilissimo e di averla lasciata sola a combattere contro la malattia. La battaglia è stata continuata dai familiari.

La Corte di cassazione (sez. VI civile, ord. 10741/17) ha confermato la condanna al risarcimento del danno morale e patrimoniale. La condotta dell’uomo è stata ritenuta di particolare disvalore perché era stato capace di «abbandonare la moglie proprio nella fase più difficile della sua vita, allorché ella aveva dovuto combattere contro la malattia che, a soli 37 anni, l’aveva portata alla morte». La donna, oltre a dover affrontare una «grave patologia», aveva dovuto constatare che il marito «l’aveva abbandonata appena diagnosticatale la malattia», negandole «ogni assistenza, sia morale che materiale».

Annalisa Gasparre – Cultore di Elementi di diritto della famiglia e dei minori, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

 

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 24 febbraio – 3 maggio 2017, n. 10741
Presidente Di Virgilio – Relatore Cristiano

Fatto e diritto

1) Il Tribunale di …. – dichiarata cessata la materia del contendere sulle contrapposte domande di separazione con addebito proposte dai coniugi G.D.L. e T. Z., deceduta in corso di causa a causa della grave, preesistente patologia da cui era affetta – accolse la domanda di risarcimento dei danni originariamente avanzata dalla Z. contro il marito e condannò quest’ultimo a pagare agli eredi della defunta, costituitisi in giudizio per coltivare l’azione risarcitoria, la somma di Euro 7000, determinata mediante il previo riconoscimento di Euro 14.000 a titolo di danno morale e di Euro 7000 a titolo di danno patrimoniale e la successiva detrazione, per confusione con la quota ereditaria spettante al D. L., dei due terzi dell’importo liquidato.

2) L’appello proposto dagli eredi Z. contro la decisione è stato accolto dalla Corte d’appello di Napoli, che ha liquidato il danno non patrimoniale nel maggior importo di Euro 30.000 ed ha condannato l’appellato al pagamento integrale della somma di Euro 37.000 complessivamente riconosciuta.
La corte del merito ha rilevato che il motivo di gravame con il quale gli eredi avevano richiesto una più adeguata quantificazione del danno non patrimoniale, benché in massima parte generico sino ai limiti dell’inammissibilità, fosse meritevole di accoglimento nel suo nucleo essenziale, di contestazione del quantum, atteso il particolare disvalore della condotta di D. L., che aveva abbandonato la Z. proprio nella fase più difficile della sua vita, allorché aveva dovuto combattere contro la malattia che, a soli 37 anni, l’aveva portata alla morte; ha inoltre rilevato che, nel limitare la condanna del D. L. ad un terzo dell’importo riconosciuto, ai sensi dell’art. 582 cc, il tribunale aveva pronunciato ultra petita, peraltro senza tener conto che l’appellato non aveva ancora accettato l’eredità e che, comunque, non avrebbe mai potuto avvantaggiarsi delle conseguenze dell’illecito endofamiliare commesso.

3) La sentenza, pubblicata il 18.7.013, è stata impugnata da G. D. L. con ricorso per cassazione affidato a tre motivi, cui gli eredi Z. hanno resistito con controricorso.

Le parti hanno ricevuto tempestiva comunicazione della proposta di definizione e del decreto di cui all’art. 380 bis c.p.c.

4) Il ricorrente, con il primo motivo, denuncia violazione dell’art. 342 c.p.c, per avere la corte del merito ritenuto ammissibile il motivo d’appello concernente il quantum del risarcimento nonostante le controparti non avessero mosso, sul punto, alcuna specifica censura alla decisione di primo grado, limitandosi ad invocare una sua “condanna esemplare”.

4.1) Col secondo motivo contesta che, in difetto di richiesta degli appellanti di pronunciare secondo equità, il giudice a quo potesse liquidare il danno in via equitativa; sostiene, inoltre, che mancando ogni prova della sussistenza del danno, non ricorrevano i presupposti per l’applicazione dell’art. 1226 cc..

4.2) Con il terzo motivo deduce che la corte territoriale – dopo aver affermato in premessa che le parti “in punto di diritto non contestano la valutazione operata dal tribunale” – non avrebbe fatto applicazione del principio di non contestazione, che le precludeva di liquidare il danno in misura maggiore di quella riconosciuta dal tribunale; assume, inoltre, il diritto al riconoscimento della sua qualità di erede, per aver accettato l’eredità della Z. l’8.4.013, in pendenza del giudizio d’appello.
5) Il primo mezzo é inammissibile, ai sensi dell’art. 366 I comma nn. 4 e 6 c.p.c, in quanto non riporta l’esatto contenuto dell’atto d’appello né contesta specificamente l’accertamento del giudice del merito che, pur dando atto della generale astrattezza del motivo di gravame che lamentava la scarsa entità del risarcimento, l’ha ritenuto, tuttavia, sufficientemente specifico nel suo nucleo essenziale di contestazione del quantum: ciò, del resto, in conformità del principio enunciato da questa Corte secondo cui l’inammissibilità del gravame per violazione dell’art. 342 c.p.c. sussiste solo quando il vizio investa l’intero contenuto dell’atto, mentre quando sia possibile individuare morivi o profili autonomi di doglianza, sufficientemente identificati, è legittimo scrutinare questi ultimi nel merito, distinguendoli dalle ragioni d’impugnazione viziate da genericità (Cass. n. 20124/015).
5.1) Il secondo motivo é manifestamente infondato, atteso che nel giudizio d’appello non era più in contestazione la sussistenza del danno morale, da illecito endofamiliare, già accertata dal primo giudice con statuizione non impugnata dal soccombente e perciò coperta da giudicato, e che pertanto non v’era preclusione alla liquidazione di tale danno in via equitativa, ai sensi dell’art. 1226 cc.
5.2) Il terzo motivo é inammissibile.

La corte del merito si è infatti limitata a rilevare che non era controversa fra le parti la risarcibilità del danno (risultando, per l’appunto, devoluta in appello unicamente la questione concernente il suo ammontare).
Il ricorrente deduce poi di aver accettato l’eredità, ma non chiarisce perché tale circostanza dovrebbe incidere sulla decisione.

Va peraltro osservato, ad abundantiam, che la corte del merito ha riformato la sentenza di primo grado, nel capo in cui, facendo applicazione dell’art. 582 cc, aveva ridotto la condanna ad un terzo dell’importo liquidato, in base al principale rilievo che, sul punto, il tribunale aveva pronunciato ultra-petita e che il ricorso non investe tale autonoma ratio decidendi, di per sé sufficiente a sorreggere la statuizione impugnata.

Il ricorso, in conclusione, va integralmente respinto.

Le spese del giudizio seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, che liquida in Euro 3.100, di cui Euro 100 per esborsi, oltre rimborso forfetario ed accessori dovuti per legge.
Dispone che, in caso di diffusione del presente provvedimento, siano omessi i nomi delle parti e degli altri soggetti in esso menzionati.

Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater D.P.R. n. 115/2002, introdotto dall’art. 1, 17. comma, della L. n. 228 del 24.12.2012, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.
Roma, 24 febbraio 2017.

Vicini di casa: un rapporto difficile

Le controversie di vicinato affollano le aule di tribunale: dai profili civilistici a quelli penalistici, la convivenza tra esseri umani è molto difficile, soprattutto nelle città più popolose. Ne sono prova le numerose ripercussioni di condotte talvolta non necessariamente volontarie e provocatrici. La Corte di cassazione, solo per fare un esempio, con sentenza n. 16459 del 2013 ha condannato una donna accusata del reato di getto pericoloso di cose per aver gettato al piano sottostante il suo appartamento rifiuti, quali cenere e cicche di sigarette, nonché detersivi corrosivi.

Simili condotte, in presenza di altri presupposti, possono condurre anche a una accusa di atti persecutori (stalking) se reiterate, tanto da rendersi abituale, e produttive di conseguenze in capo alla vittima (per un approfondimento, eventualmente, Gasparre, Il reato di stalking tra profili teorici e applicazioni pratiche, Key editore).

Al di là del profilo penale, poi, vi è anche quello civilistico, perchè simili condotte sono possono cagionare un danno risarcibile. Le due strategie, civile e penale, vanno ponderate e verificate attentamente dal legale di fiducia, perchè non sono alternative e, anzi, spesso, solo la sinergia tra le stesse può produrre i risultati perseguiti.

 

Annalisa Gasparre – Dottoranda in Giustizia penale

. Collaboratrice esterna Studio legale Avv. Eliana Schiatti

 

 

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 7 febbraio – 11 aprile 2013, n. 16459

Presidente Squassoni – Relatore Gazzara

Ritenuto di fatto

Il Tribunale di Palermo, con sentenza del 2/12/2011, ha dichiarato R.I. colpevole dei reato di cui agli artt. 81 cpv e 674 cod. pen. per avere arrecato molestie a S.S., in quanto abitante nello stesso stabile, aveva gettato nel piano sotto piano sottostante ove si trovava l’appartamento di quest’ultima, rifiuti, quali cenere e cicche di sigarette, nonché detersivi corrosivi, quale candeggina, e la ha condannata alla pena di euro Euro 120,00 di ammenda.

Propone ricorso per cassazione la prevenuta personalmente, con i seguenti motivi;

– inosservanza dell’art. 163 bis disp. att. cod. proc. pen., visto che competente a decidere avrebbe dovuto essere il Tribunale di Carini, sezione distaccata del Tribunale centrale di Palermo;

– vizio di motivazione ed errata lettura delle emergenze istruttorie che se correttamente valutate, avrebbero indotto il decidente a ritenere la insussistenza di prova in ordine alla concretizzazione del reato contestato ed alla ascrivibilità di esso in capo alla prevenuta.

Considerato in diritto

Il ricorso è inammissibile.

La argomentazione motivazionale, adottata dal decidente in relazione alla concretizzazione del reato in contestazione e alla ascrivibilità di esso in capo alla prevenuta, si palesa logica e corretta.

Preliminarmente, va rilevato come dal vaglio di legittimità a cui è stata sottoposta la impugnata pronuncia, emerga in maniera dei tutto evidente, che il giudice è pervenuto alla affermazione di colpevolezza della prevenuta a seguito di una esaustiva valutazione della piattaforma probatoria, i cui elementi, confermativi della tesi accusatoria, sono stati puntualmente richiamati dal decidente (deposizioni S., P. e L.).

Con il primo motivo di annullamento si eccepisce la inosservanza dell’art. 163 bis, disp. att., cod. proc, pen., in quanto competente a decidere avrebbe dovuto essere il Tribunale di Carini, sezione distaccata dei Tribunale di Palermo e non il Tribunale centrale.

La censura è totalmente priva di pregio, perché, come più volte affermato dalla giurisprudenza di legittimità, le sezioni distaccate, sia del Tribunale, che della Corte di Appello, non possono essere considerati uffici autonomi, ma costituiscono semplici articolazioni dall’unico ufficio da cui dipendono; di tal chè la violazione dei criteri di attribuzione degli affari tra sede principale e sede distaccata non dà luogo a nullità, né e ipotizzabile alcun conflitto di competenza tra di esse (ex multis Cass. 12/12/06, n. 42172).

Di poi, inammissibile è da ritenere la censura formulata con il secondo motivo di impugnazione, in quanto con essa si tende ad una analisi rivalutativa delle emergenze istruttorie, sulle quali al giudice di legittimità è precluso procedere a nuovo esame estimativo: in tema di controllo sulla motivazione a questa Corte è normativamente inibita la possibilità, non solo di sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti gradi, ma anche di saggiare la tenuta logica della pronuncia portata alla sua cognizione, mediante un raffronto tra l’appartato argomentativo, che la sorregge, ed eventuali altri modelli di ragionamento mutuati dall’esterno.

Va richiamato sul punto il principio secondo il quale esula dai poteri di questa Corte quello di una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è riservata, in via esclusiva al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (Cass. S.U.2/7/1997, 6402 ).

Tenuto conto della sentenza dei 13/6/2000, n. 186, della Corte Costituzionale, e rilevato che non sussistono elementi per ritenere che la I. abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, la stessa, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen., deve, altresì, essere condannata al versamento di una somma, in favore della Cassa delle Ammende, equitativarnente fissata, in ragione dei motivi dedotti, nella misura di euro 1.000,00.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento in favore della Cassa delle Ammende della somma di euro 1.000,00.

I nonni hanno il dovere di mantenere i nipoti? – Cass. 10419/18

In via primaria, l’obbligo di mantenere i figli minori spetta ai genitori. Se uno dei due non adempie al proprio dovere, sarà l’altro a doversi fare carico di tutte le esigenze dei figli, salva la possibilità di citare in giudizio l’altro genitore ed, eventualmente, di sporgere denuncia penale.

Gli ascendenti sono obbligati in via subordinata e sussidiaria rispetto ai genitori.

Ciò significa che non è consentito rivolgersi ai nonni per ottenere un aiuto economico per il solo fatto che uno dei due genitori non dia il proprio contributo al mantenimento dei figli, se l’altro genitore è in grado di mantenerli. Altresì il diritto agli alimenti ex art. 433 c.c., legato alla prova dello stato di bisogno e dell’impossibilità di reperire attività lavorativa, sorge solo qualora i genitori non siano in grado di adempiere al loro diretto e personale obbligo.

 

Annalisa Gasparre – Dottoranda in Giustizia penale

. C

ollaboratrice esterna Studio legale Avv. Eliana Schiatti

 

 

.

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Presidente –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna Concetta – Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – rel. Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

 

ORDINANZA

 

Rilevato che:

la sig.ra B.E. convenne in giudizio i sig.ri R.M. e T.T., nonni paterni dei suoi figli minori X. e N., per la corresponsione degli alimenti in favore di questi ultimi, ai sensi dell’art. 433 c.c., nella misura di Euro 700,00 mensili a far data da luglio 2008;

i convenuti resistettero e il Tribunale di Lamezia Terme li condannò al pagamento degli alimenti nella misura di 300,00 mensili a decorrere dal luglio 2009, data della domanda, nonchè alle spese di lite;

la Corte d’appello di Catanzaro ha accolto il gravame dei soccombenti rigettando la domanda e compensando integralmente le spese di entrambi i gradi del giudizio di merito;

premessa la natura sussidiaria dell’obbligazione alimentare degli ascendenti, rispetto a quella dei genitori, la Corte ha ritenuto che non era stata offerta dall’attrice la prova di nessuno dei presupposti oggettivi dell’obbligazione alimentare: nè, cioè, dell’incapacità di entrambi i genitori a provvedere alle esigenze primarie dei minori, essendo l’appellata titolare di un reddito da lavoro di Euro 700,00 mensili, associato alla proprietà della casa di abitazione, e non avendo ella, del resto, dedotto o dimostrato la propria incapacità, per condizione professionale o sociale, di incrementare tale reddito; nè della capacità degli appellanti di far fronte all’obbligazione alimentare, risultando dagli atti che essi vivevano della pensione del sig. R. di Euro 1.500,00 mensili;

la sig.ra B. ha proposto ricorso per cassazione con due motivi, cui i sig.ri R.- T. hanno resistito con controricorso contenente anche ricorso incidentale per due motivi;

 

Ritenuto che:

va preliminarmente disattesa l’eccezione di inammissibilità del ricorso per inesistenza della notificazione in quanto effettuata dall’ufficiale giudiziario su richiesta di un avvocato privo di mandato difensivo;

dalla relata risulta infatti che la notificazione del ricorso è stata effettuata “su richiesta dell’avv. … nell’interesse di B.E. nella qualità di cui in atti…”, ossia su richiesta di soggetto che, sebbene in effetti non munito di procura, è stato nondimeno delegato dalla parte, espressamente menzionata nella relata; sicchè deve richiamarsi il principio secondo cui l’attività di impulso del procedimento notificatorio – consistente essenzialmente nella consegna dell’atto da notificare all’ufficiale giudiziario – può, dal soggetto legittimato, e cioè dalla parte o dal suo procuratore in giudizio, essere delegata ad altra persona, anche verbalmente, e, in tal caso, l’omessa menzione, nella relazione di notifica, della persona che materialmente ha eseguito la attività suddetta, ovvero della sua qualità di incaricato del legittimato, è irrilevante ai fini della validità della notificazione se, alla stregua dell’atto da notificare, risulta egualmente certa la parte ad istanza della quale essa deve ritenersi effettuata; tale principio opera in genere per gli atti di parte destinati alla notificazione, la quale deve essere imputata alla parte medesima, con la conseguenza che le omissioni suddette non danno luogo ad inesistenza o nullità della notificazione stessa (Cass. 4520/2016);

il primo motivo del ricorso principale, con il quale si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 433, 147 e 148 c.c., è inammissibile perchè la sentenza impugnata ha fatto applicazione del principio, enunciato da questa Corte, secondo cui l’obbligo di mantenimento dei figli minori ex art. 148 cod. civ. spetta primariamente e integralmente ai loro genitori sicchè, se uno dei due non possa o non voglia adempiere al proprio dovere, l’altro, nel preminente interesse dei figli, deve far fronte per intero alle loro esigenze con tutte le sue sostanze patrimoniali e sfruttando tutta la propria capacità di lavoro, salva la possibilità di convenire in giudizio l’inadempiente per ottenere un contributo proporzionale alle condizioni economiche globali di cosmi; pertanto l’obbligo degli ascendenti di fornire ai genitori i mezzi necessari affinchè possano adempiere i loro doveri nei confronti dei figli – che investe contemporaneamente tutti gli ascendenti di pari grado di entrambi i genitori – va inteso non solo nel senso che l’obbligazione degli ascendenti è subordinata e, quindi, sussidiaria rispetto a quella, primaria, dei genitori, ma anche nel senso che agli ascendenti non ci si possa rivolgere per un aiuto economico per il solo fatto che uno dei due genitori non dia il proprio contributo al mantenimento dei figli, se l’altro genitore è in grado di mantenerli; così come il diritto agli alimenti ex art. 433 c.c., legato alla prova dello stato di bisogno e dell’impossibilità di reperire attività lavorativa, sorge solo qualora i genitori non siano in grado di adempiere al loro diretto e personale obbligo (Cass. 20509/2010);

con il secondo motivo del ricorso principale si deduce “omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine ad un punto decisivo della controversia”, nonchè “travisamento degli elementi di prova” circa il grave stato di bisogno dei minori e la capacità economica dei loro nonni;

il motivo è inammissibile, applicandosi nella specie, ratione temporis, l’art. 360 c.p.c., n. 5, nel testo come modificato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, che circoscrive il vizio di motivazione alla sola denuncia di “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”: denuncia non contenuta, nè formalmente nè sostanzialmente, nel ricorso, neppure nella parte in cui esso fa riferimento allo stato di disoccupazione della ricorrente, introdotto nel giudizio di merito, inammissibilmente, soltanto con la comparsa conclusionale in grado di appello;

con i due motivi del ricorso incidentale si contesta la legittimità e comunque la congruità della compensazione delle spese dei due gradi del giudizio di merito, giustificata dalla Corte d’appello con la sola considerazione della “natura della controversia”;

tale complessiva censura è infondata poichè il riferimento, ancorchè sintetico, alla natura della controversia rende evidente che la Corte di merito ha inteso valorizzare il carattere alimentare della lite quale giustificazione della disposta compensazione, con ciò ottemperando all’obbligo di esplicita indicazione dei giusti motivi di compensazione delle spese secondo l’art. 92, comma secondo, cod. proc. civ. nel testo – qui applicabile ratione temporis – come sostituito dall’art. 2, comma 1, lett. a), della legge 28 dicembre 2005, n. 263 con efficacia dal 1 marzo 2006 fino all’ulteriore modifica disposta dall’art. 45, comma 11, della legge 18 giugno 2009, n. 69 (in vigore dal 4 luglio 2009 e non applicabile nella specie, essendo stata la citazione notificata il 24 giugno 2009, come risulta dallo stesso controricorso);

in conclusione, il ricorso principale va dichiarato inammissibile e il ricorso incidentale va rigettato;

la reciproca soccombenza delle parti giustifica l’integrale compensazione delle spese del giudizio di legittimità;

poichè dagli atti il processo risulta esente dal contributo unificato, non trova applicazione il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

 

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso principale e rigetta il ricorso incidentale. Compensa tra le parti le spese del giudizio di legittimità. Oscuramento dei dati personali.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 6 febbraio 2018.

Depositato in Cancelleria il 2 maggio 2018.